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giovedì 28 luglio 2016

Il treno dei sogni

28.7.16

A volte vorrei tornare su quel treno. Il cuore impazzito. Il respiro affannoso. La testa che girava. I miei occhi che cercavano i tuoi per leggervi la stessa muta agitazione, quella che ti prende quando inaspettatamente le cose vanno come vuoi tu, quando contro ogni previsione il vento inizia a soffiare dalla tua parte.
Cercavo l'eccitazione, la complicità, la conferma che quello che stavamo vivendo stesse accadendo davvero. Che non fosse un sogno.
Ma in fondo lo era: era un sogno ad occhi aperti, un regalo che ci eravamo fatti l'un l'altra.
Per chiunque altro quello era un comunissimo viaggio in treno, ma non per noi che guardavamo fuori dal finestrino il paesaggio che scorreva veloce verso un futuro nuovo, ignoto, mentre il rumore incessante delle rotaie sembrava fare a gara con i tonfi nel petto che batteva tanto forte da far male.
Salendo su quel treno avevamo deciso di chiudere definitivamente un capitolo della nostra vita e di iniziare il successivo. Avevamo chiuso i nostri vecchi libri, quei libri che conoscevamo così bene, con quelle loro pagine consumate e giallognole ai lati, con quell'odore che avremmo riconosciuto tra mille, confortante come può essere confortante la quotidianità del già conosciuto, e avevamo aperto un nuovo libro, il nostro, ancora vuoto, con le pagine di un bianco quasi abbagliante, tutte da scrivere. Insieme.
Scesi da quel treno niente sarebbe stato più come prima. Scesi da quel treno io e te saremmo diventati noi.
Eppure ancora oggi, quando mi sveglio la mattina al tuo fianco e i nostri occhi aprendosi si incrociano illuminati dalla luce di un nuovo giorno, ti guardò ancora come quella volta sul treno, cercando nei tuoi occhi la conferma che sia tutto vero. Che non sia solo un sogno.

giovedì 30 giugno 2016

I cassetti dell'anima

30.6.16

Lo avevo già detto in un uno dei primi post che ho scritto su questo blog ormai tanti anni fa: mettere a posto è un po' come guardarsi dentro, fare un viaggio nella propria storia e scoprire cosa siamo stati e cosa saremo. Buttiamo via oggetti, ricordi, parti di noi che decidiamo non esserci più necessari e rimettiamo a posto altre cose dalle quali ancora ci sembra impossibile staccarci.

La mia camera non è mai stata granché ordinata e la mia tendenza all'accumulo non ha aiutato: per qualche motivo ogni oggetto mi sia capito tra le mani per me non è mai stato semplicemente un oggetto, ma un frammento di storia, che si trattasse di un biglietto del cinema, di uno scontrino di Starbucks o del ritaglio di un giornale. Col tempo questa mia tendenza ha raggiunto livelli di preoccupante insanità mentale e ho iniziato ad accumulare i depliant del cinema, quelli di Blockbuster, fino anche ad una selezione di sacchetti di negozi nei quali ho fatto acquisti durante alcuni viaggi all'estero. I cassetti dell'armadio si sono riempiti di cianfrusaglie fino ad esserne colmi. Poi è stato il turno della scrivania, del materasso superiore inutilizzato del letto a castello e, perché no, del pavimento.
Ho iniziato ad accumulare scatole e scatole di biglietti, bigliettini, quaderni, diari, giornali, accatastando cose veramente importanti insieme a oggetti quotidiani che le persone normalmente cestinano nel corso della giornata e la mia vita è andata avanti così per un periodo così lungo che non saprei quantificarlo. Ad un certo punto le cose erano così tante e lo spazio per muoversi così poco che ho deciso di disfarmi del letto a castello e in seguito addirittura di abbandonare la camera e di iniziare a dormire in salotto.
Avevo altri buoni motivi, per carità: ad esempio, per la particolare posizione della camera, la stanza era così umida in inverno che da anni passavo tutti i mesi freddi con una bronchite quasi cronica. Ma la verità è che io stesso non ne potevo più di farmi strada continuamente in tutta quella massa di oggetti, dai quali al contempo non riuscivo a separarmi.
Perché quegli oggetti raccontavano una storia ben precisa: la storia di una vita passata da recluso in casa, da solo, senza amici che non fossero quelli che mi creavo nella mia mente. Passavo le mattinate a immaginare partite di calcio; i pomeriggi a inventare giochi con le monete fingendo che a sfidarsi, insieme a me, ci fossero anche i miei compagni di scuola; la sera diventavo una rockstar di fama mondiale e la notte, se non riuscivo ad addormentarmi, immaginavo incredibili storie di Paperon de' Paperoni alla caccia di grandi e misteriosi tesori. E molte di queste cose che pensavo venivano annotate nei miei quaderni, pieni di risultati, di discografie immaginarie e anche di racconti. Perché se c'è una cosa che una infanzia e un'adolescenza estremamente solitarie mi hanno lasciato sono la passione per lo scrivere, la voglia di inventare storie che mi portassero via, lontano da quelle quattro mura di una casa in mezzo al nulla nella quale abitavo.

Mentre scrivo mi rendo conto che probabilmente questa sembra la confessione di una persona non propriamente sana, ma avevo i miei motivi per essere così insicuro, chiuso in me stesso al punto da allontanare anche quelle poche persone che forse hanno cercato di starmi vicino. Chi mi conosce bene sa di cosa parlo e chi non mi conosce può farsene un'idea leggendo "Il Decalogo", racconto che ho scritto alcuni anni fa e che è disponibile sul blog per il download (fine dello spot pubblicitario).
Ad ogni modo sono cresciuto, sono cambiato, lentamente ho iniziato ad aprirmi verso il mondo esteriore e facendolo ho compreso tante cose anche su me stesso.
La porta di camera è rimasta a lungo ben chiusa e, onde evitare di accumulare ancora, ho iniziato a gettare gli scontrini appena uscito dai negozi, a evitare di prendere depliant e fare a meno delle borse.
Non avevo più bisogno di quelle cose. Non avevo più bisogno di oggetti materiali ai quali affezionarmi e ai quali devolvere il ricordo di chi fossi stato in quel momento della mia vita.
Avevo un sacco di persone ormai a circondarmi, a volermi bene, ad amarmi: non ero più solo.
Un giorno ho riaperto quella camera nella quale nessuno entrava più da anni, deciso a mostrarla alla mia ragazza. Ho iniziato a buttare via, velocemente, senza quasi guardarli, oggetti che mi avevano fatto compagnia per una vita. C'erano giornali, poster e ritagli risalenti ai primi anni '90.
Ho passato giorni e giorni a gettare roba e ne ho buttata via talmente tanta da fare posto a due materassi legati a mo' di letto matrimoniale, ancora circondati da alcune scatole.
Era il mio modo per darle davvero il benvenuto, per aprirmi a lei come mai avevo fatto a nessuno. Benvenuta nel mio caos. Questo sono io.

Per un po' l'attività di pulizia si è interrotta: tra gli impegni universitari, alcuni viaggi e mille impegni, il tempo che passo in casa è davvero poco. Ieri però ho sentito che era arrivato il momento di portare a termine quanto iniziato.
È un periodo difficile per me: il periodo universitario è giunto al termine e con esso uno dei periodi più belli della mia vita. Un periodo nel quale mi sono tolto tante soddisfazioni e nel quale ho dimostrato a molti, ma soprattutto a me stesso, quello che realmente valgo.
La fine di un percorso è di solito l'inizio di qualcosa di nuovo e di progetti ce ne sarebbero tanti, ma mancano le risorse per renderli reali e un qualsivoglia tipo di aiuto da chi un aiuto potrebbe darlo.
Sento come un senso di incompiutezza, una vittoria mutilata, ma d'altronde piangersi addosso non serve a niente. E quindi si torna a lavorare, un nuovo anno di limbo in attesa dei veri traguardi.
Ed è giusto così, perché se c'è una cosa della quale posso andare orgoglioso la mattina, guardandomi allo specchio, è che tutto ciò che ho l'ho ottenuto col mio sudore, con la perseveranza e la forza di volontà, senza dare mai niente (e dico niente) per scontato.
Ora sono qui, nella mia stanza, che sembra sempre più una camera e sempre meno la personificazione di un cervello incasinato, e mi ritrovo tra le mani oggetti che non riconosco come miei, frasi che non ricordo di aver mai scritto, quaderni che mi disgustano e che non voglio più stiano lì a ricordarmi del tempo gettato alle ortiche e della persona che sono stato e che non voglio tornare mai più ad essere.
Gli scatoloni si svuotano, ciò che avrebbe dovuto finire nel cestino anni fa incontra finalmente il suo fato.
Si torna fuori a lottare: Io sto bene!

martedì 21 giugno 2016

Scarica ora "Racconti allo Specchio"

21.6.16

Come avevo anticipato la scorsa settimana, si conclude oggi il progetto sullo Specchio che ha monopolizzato il blog nelle ultime settimane.
In concomitanza con la pubblicazione del sesto e ultimo brano della serie, ho deciso di rendere disponibile l'intera raccolta nell'ebook "Racconti allo Specchio", che potete già scaricare in formato epub dalla sezione download del sito.
Come forse avrete notato (se non è la prima volta che passate da queste parti) non è l'unica novità presente da oggi: anche la grafica del blog è stata completamente rinnovata (insieme a quella della pagina Facebook), mentre tra gli ebook troverete, oltre alla raccolta già menzionata, una nuova versione de "Il Decalogo" (il mio primo ebook, uscito ormai tre anni fa), con una nuova copertina e l'anteprima dei prossimi due ebook in uscita in estate: "L'Ultima Battaglia", racconto disponibile fino a poco tempo fa nella raccolta "The End of the Game" edito da Eterea Comics & Games, che uscirà in una nuova versione rivista e ampliata e "Diario di Bordo", una piccola raccolta contenente pensieri, poesie e alcuni post tra i miei preferiti tratti dal blog.
Per adesso è tutto.
A presto!

sabato 18 giugno 2016

Una nuova forma (Lo Specchio - parte V)

18.6.16

Dopo una piccola pausa, eccoci al quinto e penultimo appuntamento col ciclo dello Specchio.
La prossima settimana, in coincidenza con l'ultimo racconto della serie, verrà reso disponibile sul blog la raccolta completa in ebook.

Una nuova forma

Un tempo eravamo una cosa sola. Era più facile, su questo non c'è dubbio. Poi è arrivata la frammentazione, non ho mai capito bene come o perché, ma all'improvviso non eravamo più uno, ma una moltitudine di schegge riflettenti, ognuna con la sua opinione e la propria visione del mondo.
Il mondo, già... Non è che ci abbia accolto molto bene nella nostra nuova forma. Quando eravamo uno specchio tutti a chiederci (o chiedermi? Difficile a dirsi...) consigli e opinioni. Ah, quanto eravamo tenuti in considerazione. Ricordo la piccola di casa che veniva spesso da me/noi chiedendo "Specchio specchio delle mie brame... chi è la più bella del reame?"
Adesso ci scansano tutti. Portiamo sfortuna a quanto dicono. Facciamo del male. Siamo pericolosi. Eppure cos'è che è cambiato?
Uno degli altri frammenti dice di ricordare il momento dell'impatto. Era finito a terra accanto a un chiodo visibilmente storto. “Scusa” lo aveva sentito bisbigliare tra i gemiti di dolore “Ho fatto del mio meglio, ma non ho più retto”. E così siamo caduti dal nostro trono sopraelevato e per qualche motivo ci siamo divisi. È bastato così poco per passare all'improvviso da essere l'oggetto più bramato a quello più temuto e inutile?
Pensate che la padrona stava per gettarci via quando una nuova persona è entrata nella nostra vita. È arrivata nella stanza proprio mentre stavamo scivolando inesorabilmente dalla cassetta raccogli rifiuti al sacco dell'immondizia. Ho visto alcuni miei compagni cadere mentre la voce della donna tuonò “No, ma che fai! Non buttarli! Li userò per le mie composizioni!”
Finimmo in un piccolo sacchetto bianco e da lì nella casa della donna, che ci ha rovesciato in una scatola insieme a una moltitudine di altri frammenti riflettenti come noi.
Ho perso di vista i miei compagni, quelli che un tempo erano una parte di me. Nel frattempo però sono entrato in contatto con tanti altri frammenti, ognuno finito lì per un motivo diverso.
Chi perché colpito da una palla, chi perché scivolato di mano, chi perché preso a pugni.
Fu strano scoprire attraverso gli altri tante cose di me stesso, di chi fossi, di quale fosse il mio scopo nel mondo.
Ma quello che più mi angosciava era capire quale foss il nostro futuro e per quale motivo ci trovassimo lì. Nessuno mi aveva saputo dare una spiegazione convincente: tutto quello che sapevano era che talvolta la donna, che loro chiamavano l’Ombra, compariva da sopra la scatola e selezionava cin attenzione alcuni malcapitati, secondo criteri sconosciuti. Tutto quello che sentivano dopo erano urla di dolore, rumori terrificanti di fratture e quello implacabile di una macchina che strideva mentre apparentemente si cibava degli sfortunati frammenti.
Nessuno era mai tornato per raccontare quello che succedeva oltre la scatola, ma una cosa era certa: non era niente di piacevole.
Giravano leggende sulle torture perpetrate dall’Ombra: c'era chi diceva che si mangiasse gli specchi, chi invece che si divertisse a seviziarli per un piacere personale, chi che li volesse punire per la crudeltà con la quale la ritraevano, senza nemmeno provare a nascondere i segni che l'impietoso scorrere del tempo aveva scavato sul suo volto.
Fatto sta che nella scatola vigeva uno stato di continua tensione, amplificata dell'incertezza del proprio destino da una parte e da un senso di rassegnazione dall'altra, dal quale era difficile non farsi prendere.
Poi arrivò il giorno. Non so come ma lo capii subito, non appena l’Ombra calò sulla scatola seppi che era il mio momento. Sentii come una liberazione, perché qualunque cosa ci fosse oltre quelle quattro pareti di cartone sarebbe stato migliore dell'attesa di scoprirlo. Anche la fine più dolorosa sarebbe stata preferibile a quello stato di sospensione. Qualcuno accennò a un saluto, qualcuno finse di provare dolore, ma sapeva quello che tutti loro provavano. Perché era quello che aveva sempre provato anche lui: una sensazione mista di sollievo per non essere scelti e di invidia per il selezionato. Perché in un modo o nell'altro per lui era finita.
Mi librai in cielo, avvicinandomi inesorabilmente alla macchina urlante. Oltre di essa vidi qualcosa. Era una sorta di piccolo scrigno, il cui coperchio era ricoperto come da un mosaico di piccole pietre riflettenti. Nel vederle notai come ognuna di esse avesse un proprio senso nella composizione, un proprio modo di vedere il mondo, una propria voce. E proprio nel mezzo vidi uno spazio vuoto. Il mio spazio.
Fu a quel punto che iniziò il dolore. E gridai. Eccome se gridai. Ma al contempo sentivo che quel dolore non era fine a se stesso, ma era il prezzo da pagare per una rinascita. Perché il futuro potesse arrivare era necessario chiudere col passato, epurarlo, dimenticarlo in qualche modo. Per abbracciare il mio nuovo spazio nel mondo avevo bisogno di una nuova forma.


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