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giovedì 15 marzo 2012

Di allegria e di forma, di nostagia e di sostanza - la mia recensione di "The Artist"

ATTENZIONE: contiene spoiler sulla trama del film

In un mondo votato all'innovazione tecnologica, alle emozioni urlate e ad effetti speciali sempre più costosi e spettacolari, usati il più delle volte per coprire le lacune di storie sempre meno originali e sempre più simili tra loro, c'è ancora spazio per un film muto?
La risposta ce la da un regista francese fino a pochi mesi fa sconosciuto al grande pubblico, Michel Hazanavicius, che con "The Artist" è riuscito nell'impresa di conciliare i gusti del pubblico moderno con scelte stilistiche e recitative appartenenti ad un tempo ormai quasi dimenticato.
Ma al di là del "sense of wonder" iniziale, cosa si nasconde dietro al fenomeno "The Artist"?
Il lavoro di Hazanavicius si inserisce in un contesto nostalgico più ampio, che vede altri grandi esempi solo quest'anno in pellicole come "Hugo" di Martin Scorsese e "Midnight In Paris" di Woody Allen: se dal primo "The Artist" eredita l'ambientazione anni trenta ed i rimandi alla storia della cinematografia, è forse col secondo che ha più affinità di temi, proponendo un modo completamente diverso di affrontare un argomento similare.
Il film, nella sua imitazione spensierata ed umoristica di un tempo ormai perduto, non vuole infatti offrire solo uno sguardo malinconico dell'epoca nella quale la pellicola è ambientata, ma più in generale affrontare il tema della glorificazione del passato, nel quale tutto sembrava più bello e meritevole di una risata, rispetto ad un presente a tinte fosche ed incerte.

Non è un caso che, più avanti nella storia, il protagonista si ritrovi ad affrontare una grande crisi economica, quella del 1929, in seguito alla quale si ritrova solo e senza averi a rimpiangere i fasti che furono.

Non è però tutto oro quello che luccica: se il film è assurto agli onori della cronaca, monopolizzando l'attenzione di critica e pubblico, oltre che i palmaires di quasi tutti i premi cinematografici, lo deve infatti più alla forma che alla sostanza. Al di là di qualche scena visivamente efficace e di un sapiente sfruttamento di quella che per definizione era la sua più evidente mancanza, ovvero l'assenza del sonoro, l'impressione dopo i titoli di coda è quella di aver sicuramente assistito ad un buon film, segnato però da una parte centrale inconcludente e ben lungi dal poter essere considerato un capolavoro.

VOTO: 7+

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