MichaelBeatrice.net è distribuito sotto Licenza Creative Commons 2.5

sabato 7 maggio 2016

Frammentazione (Lo Specchio - parte II)


Come promesso eccomi tornato col secondo dei sei racconti aventi come protagonisti gli specchi. Non temete, la regolarità dei post di queste settimane è dovuta semplicemente alle scadenze che il professore ci ha dato per la stesura di questi elaborati. A breve tornerò a scrivere con la mia solita cadenza annuale o giù di lì.
In questa seconda settimana il professore ci ha consigliato, rifacendosi al nome del suo laboratorio (Strategia comunicativa: analisi e progettazione), di progettare, nello scrivere questi racconti, una sorta di filo conduttore che li leghi, che sia questo la trama, un argomento di fondo, uno stile, un approccio, o ciò che più ci paia consono.
Io ho deciso di portare avanti un discorso sull'identità: se nel primo racconto avevo presentato uno specchio che negava la sua identità, in questo ne troviamo uno che non la conosce e che si ritrova a scoprirla nel momento in cui non la possiede più, ormai frammentata in tante altre identità autonome.

Frammentazione

Ci fu un frastuono assordante. Un dolore. Delle grida in lontananza. Non fu subito chiaro cosa fosse successo. Qualcosa era morto dentro, lasciando un vuoto incolmabile. Eppure c’era anche della gioia: la gioia di una rinascita. O forse non proprio una rinascita quanto un cambiamento, una mutazione forse.
C’era un senso ineluttabile di unità perduta.

Fu strano aprire gli occhi su una realtà nuova, mutata. L’ultima cosa che aveva visto era una sfera gialla rotante ingrandirsi sempre più man mano che si avvicinava verso la sua posizione.
Poi il vuoto.

Ora sapeva che le cose erano diverse: il suo mondo era cambiato. Non era più adagiato sul suo trono, dal quale era solito gettare il suo instancabile sguardo onnisciente sul soggiorno. Tutto ciò che riusciva a vedere adesso era una porzione sbilenca di pavimento. Una porzione minuscola, infinitesimale rispetto a quella che era sempre stata l’estensione del suo occhio.
Cercò di focalizzare meglio il mondo attorno a lui per decifrare quella nuova realtà e comprenderla. C’era qualcosa sparso sul pavimento. Frammenti alieni che interrompevano l’omogenea marea rossa delle mattonelle di cotto, creando strani giochi di luce e colori.
Eppure non era così che lo ricordava. Non era così che lo aveva visto per tutti quegli anni che aveva passato a sorvegliare il mondo, assicurandosi che tutto andasse come previsto. Il mondo era composto da un soffitto, un pavimento e tre pareti laterali. Alla sua sinistra c'era una apertura, come un quadro in movimento, dalla quale per parte della giornata arrivava la luce. C'erano altri quadri alle pareti, ma quelli non si muovevano e non emettevano luce. In mezzo alla parete che stava di fronte a lui c'era una sorta di portale, attraverso il quale i viventi comparivano e scomparivano.
Non aveva mai capito cosa ci fosse oltre quella porta, ma aveva passato molto tempo a fantasticare su dove finissero i viventi una volta che la oltrepassavano.
Probabilmente c'erano altri mondi e altri guardiani come lui a sorvegliarli. Non lo sapeva, ma in fondo non era quello il suo compito.

Da quella nuova, strana posizione tutto sembrava diverso. La porta in fondo alla stanza sembrava imponente. Il vivente peloso di nome Bobbi gli si era avvicinato per un attimo, accostandogli il suo enorme naso per poi fuggire via guaendo: vederlo così grande e così vicino lo aveva fatto sentire quasi impotente.
Guardò ancora a terra e scoprì qualcosa di curioso: quelle strane pozze frastagliate di colore sul pavimento sembravano in qualche modo replicare il mondo attorno a lui.
Ne aveva una vicinissima che ricalcava la strana macchia marrone in cima al soffitto.
Su una un po' più lontana riusciva addirittura a vedere cosa accadeva nel quadro in movimento. Non riusciva a spiegarsi quella sorta di magia. Era come se dei frammenti di realtà si fossero spezzati e fossero finiti fuori posto.
Uno dei due viventi grandi si avvicinò a passi pesanti. Non aveva bisogno di vederlo per riconoscerlo: nonostante da dove si trovava potesse scorgere solo i due grandi piedi, aveva imparato a riconoscere ognuno degli esseri dal loro modo di camminare. Quello era il vivente chiamato Sara o Mamma e, insieme a quello di nome Roberto o Babbo doveva avere in qualche modo una funzione di guida rispetto a quella dei due esseri più piccoli.
“Chi ha combinato questo casino?” l’aveva sentita tuonare.
Notò con stupore che attraverso i frammenti di realtà poteva vedere molte cose: vedeva il vivente Sara da tre punti diversi e riusciva a vedere anche i due piccoli con un'aria decisamente preoccupata.
“Guarda qua! Bobbi si è anche ferito alla zampa… Chi è stato a romperlo? Uno dei due parli, prima che perda la pazienza!”

Sara gli stava dando ragione. Qualcosa era andato rotto. I bambini avevano guastato la realtà? E come avevano fatto?
“Mamma, stavamo giocando con la palla…” iniziò Stefano, il più grande dei due.
La palla! La sfera rotante che lo aveva colpito quando ancora era sé stesso.
Era l'ultima cosa che ricordava prima del blackout.
La sua attenzione passò nuovamente ai frammenti a terra. Erano frastagliati, irregolari, incompleti. I loro bordi, apparentemente casuali, seguivano però una logica. Era come se quei pezzi di mondo fossero parte di un unico puzzle che qualcuno aveva sparso sul pavimento.
D’un tratto un dubbio lo attraversò: che anche lui fosse una di quelle parti. Che in qualche modo insieme a lui formassero un mosaico. Che ciò che era andato rotto non fosse stata la realtà, ma la sua realtà, il suo mondo. Forse anche quei frammenti a terra in quel momento si stavano guardando attorno straniati, cercando di capire cosa fosse successo e guardando verso di lui riuscivano per la prima volta a vedere la loro vera forma.
Quella di una superficie riflettente.

In quel momento un mostro di setole color verde chiaro si abbatté sui frammenti più lontani per poi avvicinarsi a lui. Fu quel colore insolito a fargli capire di cosa si trattasse: era una scopa, uno strumento che Mamma Sara usava spesso per pulire il pavimento.
Certo dall’alto sembrava un mero mezzo nelle mani del vivente e non una bestia inarrestabile come la vedeva ora.
Lo colpì e lo trascinò via, radunandolo con gli altri pezzi del vecchio sé stesso, ormai divenuti elementi indipendenti, mille occhi diversi sullo stesso mondo.

Mentre si avvicinava al cestino dell’immondizia un pensiero lo sfiorò: che quella palla non fosse stata in fondo solo un male. Che gli aveva permesso, anche se per breve tempo, di moltiplicare i suoi occhi sul mondo e di vederlo sotto molti nuovi punti di vista. 
In qualche modo rompersi e smettere di essere gli aveva permesso di conoscere la sua vera natura.

Nessun commento:

Posta un commento

Creative Commons

Beatrice è il cognome è distribuito sotto Licenza Creative Commons 2.5

Rilasciato sotto licenza
Creative Commons CC BY-NC-ND 2.5 IT

Copyright © 2010-2017 Michael Beatrice
MichaelBeatrice.net: Beatrice è il cognome

Post Recenti

recentposts

Random

randomposts