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giovedì 12 maggio 2016

Ricordi nella polvere (Lo Specchio - parte III)


Questa settimana vi racconto la storia di uno specchio abbandonato in una soffitta polverosa e di come il suo vagare di stanza in stanza lo abbia cambiato.
Siamo ormai giunti a metà del viaggio e il progetto legato agli specchi continua a cambiare in corso d'opera: dalla prossima settimana ho deciso di giocare con i racconti, che avranno una disposizione speculare, riproponendo in ordine inverso le situazioni e i luoghi incontrati fino ad ora.
I sei racconti verranno poi raccolti in un piccolo ebook che sarà disponibile (come sempre gratuitamente) sul blog tra giugno e luglio.
Buona lettura!



Ricordi nella polvere

La soffitta è un posto malinconico. Un luogo dove la solitudine, i ricordi e il passato diventano qualcosa di tangibile, attaccandosi addosso a te come la polvere che impietosa si deposita su di noi oggetti dimenticati.
Io sono uno specchio. Non uno di quei quadrilateri anonimi che vanno tanto di moda oggi. Ho una bella cornice di legno intarsiato a rendermi bello e unico. Un tempo decoravo la parete della grande sala della casa dei coniugi De Paoli. Accoglievo gli ospiti dalla mia posizione privilegiata, al centro della stanza, contribuendo con la mia magnificenza a donare alla dimora l’aspetto regale che si confà ad una villa signorile.
Ero il re della casa! Persino i quadri pregiati che mi circondavano mi guardavano con invidia: nella loro immutevole fissità stancavano presto i padroni che, non potendo più soffrire la loro vista, li cambiavano spesso con altre immagini che prima o poi avrebbero fatto la stessa fine.
Non credevo potesse toccare a me… in fondo io ero tutto tranne che statico e servivo bene i miei padroni, mostrando loro qualcosa di cui non si sarebbero mai stancati: loro stessi e il loro benessere.
Sono stato il re di quel salotto per anni, forse persino qualche decennio, poi un giorno qualcosa è cambiato. Angela, la signora di casa, smise di farmi visita e Roberto, suo marito, pareva sempre più afflitto e inconsolabile. Le feste terminarono, non ci furono più ospiti ad ammirarmi e la casa, da luminosa e colorata com’era, divenne buia e oscura.
Nessuno veniva più nel salotto e la mia superficie rimase a lungo ferma, inalterata nel riflettere la tetra immobilità di quel luogo abbandonato. Ci ripenso ora e lo trovo quasi ironico: dopo tanti anni a farmi bello e sentirmi migliore dei quadri ero diventato uno di loro, peggio di loro che continuavano a mostrare immagini di festa e gioia, mentre io riuscivo solo a comunicare la struggente tristezza di una casa che non avrebbe più rivisto la felicità.

Un giorno, non saprei dire quanto tempo dopo, due tipi mai visti prima mi coprirono e mi portarono via: non capivo cosa stesse succedendo o perché mi avessero impedito la vista di dove stessimo andando, ma quando tornai a vedere ero in un posto nuovo.
Mi appesero alla parete di uno stanzino polveroso, in fondo non molto diverso da questa soffitta. Accanto a me, di fronte a me e anche accatastati a terra c’erano altri specchi e qualche cianfrusaglia buttata qua e là.
Non ero più il re della stanza: c’erano specchi molto più belli e più grandi di me e altri più piccoli ed insignificanti. Eppure, nonostante esistesse una sorta di gerarchia, data dalla posizione che i nostri misteriosi padroni ci avevano assegnato nella stanza, c’era un grande sentimento di rispetto, un’uguaglianza, una fratellanza oserei dire. Era un sentimento forte come mai ne avevo provati, un legame coi miei simili a causa del quale ogni volta che qualcuno entrava in cerca di uno di noi da portare via, speravo che la scelta non ricadesse su di me e mi affliggevo quando uno dei miei amici se ne andava.
Passavamo le lunghe giornate a raccontarci storie, le nostre storie, e inizialmente mi stupivo di come anche lo specchio apparentemente più insulso avesse passato vicende incredibili, al confronto delle quali la mia vita appariva noiosa e banale.
Restavamo quasi sempre nell’oscurità, fatta eccezione per gli scampoli di luce che arrivavano dalla stanza accanto nei brevi intervalli nei quali il padrone, che i miei compagni chiamavano “Il Rigattiere”, entrava o per prendere uno di noi o per portare qualche nuovo arrivato.
Un giorno fu il mio turno: una giovane donna piombò nella stanza e puntò il dito verso di me. Accade tutto così in fretta che feci a malapena in tempo a gettare un’ultima occhiata verso i miei amici che mi davano l’addio.
Diventai lo specchio del salotto di una comune casetta di campagna, il vezzo di una famiglia basso borghese che pensava, con la mia presenza, di dare un tono alla mediocrità della loro abitazione, ma che in fondo non mi hanno mai apprezzato il mio vero valore.
Non fraintentedetemi, la mia non è più la spocchia dello specchio di una casa signorile che pensa di essere migliore di chi lo circonda. Tutt’altro. Probabilmente sono solo un po’ rancoroso per la fine che ho fatto.
All’inizio le cose non andavano così male: avevo un buon rapporto con gli altri oggetti, in particolare col divano e col tappeto che decorava il pavimento, e per quanto i bambini di casa fossero un po’ troppo agitati, era un piacere essere tornato a riflettere una stanza viva, colorata e sempre in movimento.
Un giorno però la padrona entrò nella stanza con un’enorme scatola: conteneva uno di quegli infernali quadri rumorosi e in movimento chiamati TV a schermo piatto. L’ho vista appenderlo al mio posto mentre io venivo trascinato quassù in soffitta.
Ed è qua che sono oggi, ricoperto di polvere e di ricordi. Passo le giornate a ripensare al mio passato: quassù nessuno parla e ognuno di noi è abbandonato a sé stesso, come se il bozzolo di pulviscolo che ci circonda formasse un bozzolo inscalfibile, condannando ognuno di noi alla solitudine.
A volte immagino che quella porta si apra e che qualcuno mi porti via. In un’altra casa, dai miei amici del Rigattiere, ovunque. Ma la verità è che quella porta non si aprirà mai più. Tutto ciò che mi è rimasto sono i ricordi.

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