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sabato 18 giugno 2016

Una nuova forma (Lo Specchio - parte V)


Dopo una piccola pausa, eccoci al quinto e penultimo appuntamento col ciclo dello Specchio.
La prossima settimana, in coincidenza con l'ultimo racconto della serie, verrà reso disponibile sul blog la raccolta completa in ebook.

Una nuova forma

Un tempo eravamo una cosa sola. Era più facile, su questo non c'è dubbio. Poi è arrivata la frammentazione, non ho mai capito bene come o perché, ma all'improvviso non eravamo più uno, ma una moltitudine di schegge riflettenti, ognuna con la sua opinione e la propria visione del mondo.
Il mondo, già... Non è che ci abbia accolto molto bene nella nostra nuova forma. Quando eravamo uno specchio tutti a chiederci (o chiedermi? Difficile a dirsi...) consigli e opinioni. Ah, quanto eravamo tenuti in considerazione. Ricordo la piccola di casa che veniva spesso da me/noi chiedendo "Specchio specchio delle mie brame... chi è la più bella del reame?"
Adesso ci scansano tutti. Portiamo sfortuna a quanto dicono. Facciamo del male. Siamo pericolosi. Eppure cos'è che è cambiato?
Uno degli altri frammenti dice di ricordare il momento dell'impatto. Era finito a terra accanto a un chiodo visibilmente storto. “Scusa” lo aveva sentito bisbigliare tra i gemiti di dolore “Ho fatto del mio meglio, ma non ho più retto”. E così siamo caduti dal nostro trono sopraelevato e per qualche motivo ci siamo divisi. È bastato così poco per passare all'improvviso da essere l'oggetto più bramato a quello più temuto e inutile?
Pensate che la padrona stava per gettarci via quando una nuova persona è entrata nella nostra vita. È arrivata nella stanza proprio mentre stavamo scivolando inesorabilmente dalla cassetta raccogli rifiuti al sacco dell'immondizia. Ho visto alcuni miei compagni cadere mentre la voce della donna tuonò “No, ma che fai! Non buttarli! Li userò per le mie composizioni!”
Finimmo in un piccolo sacchetto bianco e da lì nella casa della donna, che ci ha rovesciato in una scatola insieme a una moltitudine di altri frammenti riflettenti come noi.
Ho perso di vista i miei compagni, quelli che un tempo erano una parte di me. Nel frattempo però sono entrato in contatto con tanti altri frammenti, ognuno finito lì per un motivo diverso.
Chi perché colpito da una palla, chi perché scivolato di mano, chi perché preso a pugni.
Fu strano scoprire attraverso gli altri tante cose di me stesso, di chi fossi, di quale fosse il mio scopo nel mondo.
Ma quello che più mi angosciava era capire quale foss il nostro futuro e per quale motivo ci trovassimo lì. Nessuno mi aveva saputo dare una spiegazione convincente: tutto quello che sapevano era che talvolta la donna, che loro chiamavano l’Ombra, compariva da sopra la scatola e selezionava cin attenzione alcuni malcapitati, secondo criteri sconosciuti. Tutto quello che sentivano dopo erano urla di dolore, rumori terrificanti di fratture e quello implacabile di una macchina che strideva mentre apparentemente si cibava degli sfortunati frammenti.
Nessuno era mai tornato per raccontare quello che succedeva oltre la scatola, ma una cosa era certa: non era niente di piacevole.
Giravano leggende sulle torture perpetrate dall’Ombra: c'era chi diceva che si mangiasse gli specchi, chi invece che si divertisse a seviziarli per un piacere personale, chi che li volesse punire per la crudeltà con la quale la ritraevano, senza nemmeno provare a nascondere i segni che l'impietoso scorrere del tempo aveva scavato sul suo volto.
Fatto sta che nella scatola vigeva uno stato di continua tensione, amplificata dell'incertezza del proprio destino da una parte e da un senso di rassegnazione dall'altra, dal quale era difficile non farsi prendere.
Poi arrivò il giorno. Non so come ma lo capii subito, non appena l’Ombra calò sulla scatola seppi che era il mio momento. Sentii come una liberazione, perché qualunque cosa ci fosse oltre quelle quattro pareti di cartone sarebbe stato migliore dell'attesa di scoprirlo. Anche la fine più dolorosa sarebbe stata preferibile a quello stato di sospensione. Qualcuno accennò a un saluto, qualcuno finse di provare dolore, ma sapeva quello che tutti loro provavano. Perché era quello che aveva sempre provato anche lui: una sensazione mista di sollievo per non essere scelti e di invidia per il selezionato. Perché in un modo o nell'altro per lui era finita.
Mi librai in cielo, avvicinandomi inesorabilmente alla macchina urlante. Oltre di essa vidi qualcosa. Era una sorta di piccolo scrigno, il cui coperchio era ricoperto come da un mosaico di piccole pietre riflettenti. Nel vederle notai come ognuna di esse avesse un proprio senso nella composizione, un proprio modo di vedere il mondo, una propria voce. E proprio nel mezzo vidi uno spazio vuoto. Il mio spazio.
Fu a quel punto che iniziò il dolore. E gridai. Eccome se gridai. Ma al contempo sentivo che quel dolore non era fine a se stesso, ma era il prezzo da pagare per una rinascita. Perché il futuro potesse arrivare era necessario chiudere col passato, epurarlo, dimenticarlo in qualche modo. Per abbracciare il mio nuovo spazio nel mondo avevo bisogno di una nuova forma.


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